Sottopelle – Intervista a Giorgio Pavignano
Cosa succede ai corpi che diventano merce?
Dieci domande al dottor Giorgio Pavignano, medico di riferimento di Pacefuturo, sui segni che la tratta lascia nel corpo.
Ci sono viaggi che finiscono quando si attraversa una frontiera. Altri continuano dentro il corpo.
In questi giorni abbiamo raccontato la tratta con il linguaggio della merce: un pacco chiamato “Opportunità”, una vetrina vuota, uno scontrino. Oggetti quotidiani che mostrano come un sistema possa dare un prezzo alle persone. A conclusione, nella Giornata europea contro la tratta degli esseri umani, guardiamo a un altro costo: quello che resta sulla pelle, nelle ossa, nel sistema nervoso.
Lo abbiamo chiesto al dottor Giorgio Pavignano, già medico del GIT di Biella. Oggi è in pensione, ma continua a essere il medico di riferimento di Pacefuturo e negli anni ha visitato molte delle persone accolte nel nostro centro. L'intervista è stata curata da Mira Schifano, coordinatrice del CAS Pacefuturo.
L'intervista
1. Il corpo racconta quello che una persona ha attraversato. Quando visita un richiedente asilo, quali elementi possono raccontare le esperienze che ha vissuto?
Il corpo molto spesso presenta segni evidenti di torture e percosse. Ci sono le cose più visibili: cicatrici, traumi, ferite guarite in modo scorretto, segni di malnutrizione. Ma a raccontare ancora di più è l'espressione: il modo di parlare, di porsi, tutto il linguaggio non verbale.
2. Quali sono i danni fisici più frequenti nelle vittime di tratta?
Segni di malnutrizione, lesioni osteoarticolari con deformità ossee, articolazioni anchilosate, cioè irrigidite, per le percosse e le violenze subite. Ma la cosa più ricorrente sono i danni di tipo psicologico.
3. Che cosa produce un corpo che vive a lungo nella paura?
La paura ha conseguenze psicologiche, ma anche fisiche. Uno stress troppo prolungato spinge le ghiandole surrenali a produrre ormoni steroidei e tiene il sistema nervoso simpatico sempre attivo, con un rilascio continuo di adrenalina e noradrenalina. È un circolo vizioso. Nel tempo il cortisolo può portare a una riduzione della massa muscolare, al diabete, all'ipertensione arteriosa e a una minore resistenza alle infezioni.
4. Il dolore può continuare anche dopo la guarigione delle ferite. Come si riconosce un dolore cronico legato a un'esperienza traumatica?
Il dolore acuto, soprattutto se accompagnato da paura e angoscia, tende a cronicizzarsi. Il sistema nervoso si rimodella e stimoli che normalmente non fanno male diventano dolorosi. Spesso il dolore cronico deriva da danni ai nervi. Non esistono test diagnostici specifici per dimostrarlo: è sapere che cosa la persona ha subito che aiuta a riconoscere la corrispondenza tra la sede del dolore e il trauma raccontato.
5. Quali conseguenze lascia la violenza sessuale?
Oltre ai traumi fisici, ci sono le malattie sessualmente trasmissibili: HIV, epatite B e C, sifilide, infezioni da papilloma virus e da clamidia, che può causare sterilità definitiva e dolore pelvico cronico.
6. E il disturbo post-traumatico da stress?
Può durare a lungo ed è difficile da trattare. Condiziona moltissimo la vita della persona e, malgrado tutti i trattamenti, può durare anni. Non è detto che arrivi a una regressione completa.
7. A volte la violenza non lascia cicatrici evidenti, ma problemi neurologici. Come si può certificare tutto questo per l'iter giuridico?
Gli esami radiologici permettono di verificare i danni non superficiali, come fratture guarite male o osteomieliti. I traumi psicologici sono più difficili da riconoscere: il lavoro congiunto del medico e dell'antropologo aiuta a dare una chiave di lettura ai sintomi.
8.La prima visita, una volta finito il viaggio, rischia di essere una nuova esperienza traumatica. Come si costruisce la fiducia?
Bisogna entrare in punta di piedi, cercando di mettersi nei panni dell'altra persona, soprattutto quando è fragile. Nelle prime visite facciamo alcune domande sulla vita e sul viaggio, e dalla reazione si capisce dove fermarsi per non creare un disagio troppo grande. Bisogna spiegare sempre quello che si fa, sorridere, mettere a proprio agio.
C'è una visita che ricorda in particolare?
Quasi tutte le persone che ho visitato erano state traumatizzate. Ne ricordo molte che, a quella domanda, si mettevano a piangere.
9. L'attesa dopo il viaggio, quel limbo, può aggravare i sintomi?
Sì. Una volta arrivati c'è un maggiore senso di sicurezza, ma si è esposti all'incertezza, alla delusione di dover ancora aspettare o di trovare una realtà diversa da quella che ci si aspettava. È un ulteriore motivo di stress.
10. È possibile un percorso di recupero? Si può tornare a prima?
Non so se certi traumi possano essere guariti e risolti del tutto. Si può imparare a conviverci meglio, ma certi ricordi non si possono eliminare. Queste persone vanno aiutate con i farmaci e le visite, ma soprattutto devono sentirsi accolte.
Sentirsi accolti
Le parole del dottor Pavignano ci ricordano che lo sfruttamento non finisce quando finisce la violenza. Continua nel dolore che non passa, nella paura che resta, nell'attesa. Per questo la cura non è fatta solo di visite e farmaci: è fatta anche di tempo, di ascolto e di un luogo in cui sentirsi al sicuro.
Riconoscere gli effetti della tratta significa imparare a osservare, ascoltare e curare. È quello che proviamo a fare ogni giorno nell'accoglienza.
Se tu o qualcuno che conosci siete vittime di tratta o sfruttamento, chiama il Numero Verde Antitratta 800 290 290: è anonimo, multilingue e attivo 24 ore su 24.
Intervista e progetto editoriale: Mira Schifano, coordinatrice CAS Pacefuturo ETS – Pettinengo (Biella).
Intervistato: dott. Giorgio Pavignano, già medico del GIT di Biella e medico di riferimento di Pacefuturo ETS.