MUSA, Museo della Sacralità dell’Acqua e degli Acquasantini

Sergio Trivero

Date di apertura del MUSA
presso la Chiesa di San Rocco

Ottobre

Domenica 9 e domenica 23 ottobre dalle ore 15 alle ore 18 sarà aperto l’allestimento museale degli acquasantini della “Collezione di Sergio Trivero” nella chiesa di San Rocco a Livera di Pettinengo (via Maggia, 6).
Per info: tel. 347 68 25 122 (contattare Pierangelo Costa per poter eventualmente visitare il Museo in giorni diversi da quelli calendarizzati)

Settembre

Domenica 11 e 25 settembre ore 15,00-18,00

Agosto

Domenica 14 e 28 agosto ore 15,00-18,00

Nella giornata di martedì 16 (San Rocco), Santa Messa (ore 16.00) e alle ore 17.00 visita guidata alla collezione di acquasantiere.

Luglio

Domenica 24 e 31 luglio ore 15,00-18,00

Musa, l’intervista a Don Ferdinando Gallu

don_ferdinando_gallu001A cinque anni dalla morte, Sergio Trivero può finalmente vedere valorizzata una piccola parte della sua eredità materiale e spirituale. Il 10 giugno infatti è stato presentato il museo che espone molti degli acquasantini della sua collezione.

Don Gallu, perché questo ritardo?
Per una comunità non molto numerosa come quella di Pettinengo non è stato facile realizzare questo museo per motivi di tipo economico, burocratico e anche di pensiero. Per il fatto che esporre degli oggetti significa non soltanto metterli sotto gli occhi di un pubblico, ma anche avere una interpretazione degli oggetti stessi, una conoscenza della loro storia e del loro uso. Senza dimenticare che un museo non si propone di essere cimitero neppure monumentale, cioè non si tratta di oggetti “morti”, ma sempre di oggetti che – pur appartenendo a un lontanissimo passato – continuano a trasmettere messaggi a chi oggi li vede e li conosce.

Che interesse ha questo museo per un parroco e per una comunità cattolica?
Sembrerebbe che gli acquasantini appartengano a un passato che non possa essere recuperato; invece, a partire da un recupero di sensibilità di tutta quanta la cultura occidentale riguardo a quell’elemento primordiale e simbolico che è l’acqua, l’interesse per la comunità cattolica è altissimo in quanto l’uso dell’acquasanta e del suo contenitore richiama la realtà fondante dell’essere cristiani: il battesimo. È vero che anche nella ritualità della veglia pasquale c’è una distinzione tra fonte battesimale e acqua lustrale, ma la benedizione con l’acqua lustrale e l’uso domestico di essa fa sempre memoria di quell’acqua del Giordano.

Come si può recuperare una tradizione che di fatto sembra essere cessata?
Certo si potrebbe pensare a una valorizzazione solamente storico-culturale di questo uso e di questi oggetti, ma vorrei richiamarmi all’esperienza delle popolazioni cattoliche tedesche le quali in occasione dei funerali e delle visite ai cimiteri (ricordiamo che non essendo state soggette all’occupazione napoleonica hanno mantenuto i camposanti intorno alle chiese) aspergono il feretro e le tombe con l’acqua contenuta in un vaso che si trova sopra le tombe stesse. Visto il calo numerico del clero, avviene anche in Italia che alcuni parroci non compiano più direttamente la benedizione delle famiglie nelle case, ma consegnino ai capifamiglia l’acqua benedetta e la preghiera di benedizione che essi stessi devono compiere possibilmente nel giorno di Pasqua.

C’è quindi una possibilità di ripresa?
Il recupero di questa tradizione è possibile a partire dal recupero di una identità di fede che compie i gesti della fede non soltanto come gesti magici riservati quindi agli specialisti del sacro, bensì come gesti del credente laico, all’interno della propria esistenza quotidiana e della propria famiglia. In questa direzione si capisce anche come i laboratori Arcank’io di Pacefuturo abbiano progettato e realizzato degli acquasantini in terracotta che sono a disposizione dei visitatori del museo.
Perché è stata scelta la chiesa di San Rocco a Pettinengo come sede del museo?
Come tutti sanno il museo è situato nella chiesa di San Rocco in frazione Livera a Pettinengo. Dopo la morte di Sergio Trivero il canonico Angelo Stefano Bessone cui la collezione era stata lasciata aveva dato disponibilità alla sua collocazione nella confraternita del Suffragio adiacente alla chiesa parrocchiale, bellissimo edificio settecentesco bisognoso di moltissimi fondi per una valorizzazione. Per tale motivo si è poi scelto di collocare la collezione in una chiesa che richiedesse meno interventi ed è stata scelta San Rocco in quanto centrale nel paese e chiesa della frazione in cui Sergio abitava. Questo fatto non ha assolutamente leso la identità del luogo di culto che rimane tale e in cui saranno ancora celebrate le funzioni.

Forse qualcuno ha pensato si trattasse di una chiesa sconsacrata poiché San Rocco è utilizzata per iniziative popolari non strettamente religiose…
Da quanto ho detto prima mi pare che una collezione di acquasantini non abbia senso al di fuori di una visione religiosa.

Può spiegare meglio?
L’uso dell’acqua non è in questo caso semplicemente funzionale, quindi apre una dimensione di significato che supera il piano concreto, apre una dimensione religiosa. Non è possibile pensare che gli Indù vadano a lavarsi nel Gange perché non abbiano altra acqua. Del resto l’uso delle chiese non è mai stato ristretto assolutamente al momento di preghiera o di celebrazione. Sono stato per sei anni rettore di Rialmosso e pochi anni prima era stata organizzata una mostra dei quadri del pittore Luigi Boffa Tarlatta, proprio nella chiesa. In quanto non ci sarebbero stati altri spazi adatti all’uopo.

Perché?
Qui in Pettinengo, allo stato attuale delle cose, abbiamo sì anche degli spazi enormi in cui si potrebbero realizzare iniziative, ma non appartengono al paese e sono in condizioni tali che nessuno potrebbe semplicemente usarli. Pettinengo invece ha dieci chiese di media dimensione, che possono restare solamente dei problemi (per manutenzione e sicurezza) ma possono anche diventare spazi di cultura e di spiritualità, aperti non solo ai credenti ma a tutte le persone che abbiano un interesse.

Nell’ambito della manifestazione (T)essere insieme, X edizione, venerdì 10 giugno 2016 alle ore 18,30 si è inaugurato il work in progress del primo allestimento, progettato e curato dal DocBi in sinergia con le associazioni di Pettinengo, del MUSA, Museo della Sacralità dell’Acqua e degli Acquasantini. Presentazione del Museo nella chiesa di San Rocco a Livera di Pettinengo in via G. B. Maggia 6. La comunità di Pettinengo attraverso questa prima fase dell’allestimento museale ritrova Sergio Trivero, cittadino di Pettinengo, che per decenni ha studiato con Angelo Stefano Bessone vari aspetti della devozione popolare in ambito Biellese. Durante l’evento di venerdì 10 giugno è stato proiettato il video “Acquasanta” del regista Manuele Cecconello, ideato da Marco Tonon e Andrea Trivero. Di seguito due preziosi interventi di Marco Tonon e Giovanni Vachino.

Hanno partecipato al Musa e finanziato l’allestimento: DocBi, Piccola Fata, Pacefuturo, Pro loco di Vaglio e Pettinengo, Parrocchia dei Santi Stefano e Giacomo, Angelo Bessone, Casa ClementinaAmministrazione Comunale di Pettinengo.

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UNA RACCOLTA COMUNITARIA

di Marco Tonon, presidente di Pacefuturo

«Lo hai mai visto un acquasantino? «Non guardandolo dal basso in alto, ma cercando i segni che gli stanno vicini (…). Ha visto per secoli gioie, dolori, nascite, malattie e morti, preghiera e indifferenza. C’è da chiederci se abbiamo mai visto un acquasantino da vicino, con le sue craquelures, i bordi della scodella slabbrata, il fondo con cracia di acqua salata, i rammendi di filo di ferro, vene, rughe, efelidi, lividi e belletto dorato». (Sergio Trivero)

DSC_2120_bSì perchè la collezione è stata fatta da Sergio Trivero generosamente e spontaneamente aiutato da tanti amici che trovavano e a lui donavano proprio acquasantiere. L’oggetto acquasantiera è privato, intimo, individuale, singolare. Oggetto privato che oggi diventa pubblico con la creazione del MUSA museo della sacralità dell’acqua in San Rocco di Livera a Pettinengo.

La poliedrica figura di Sergio Trivero (1933-2011) ha lasciato una traccia nella storia recente di Pettinengo
Autodidatta, non laureato, ma “co-autore” di circa settecento tesi di laurea di argomento biellese da lui seguite in qualità di responsabile della Sala Biella della Biblioteca Civica, dove ha potuto sviluppare “quelle sue conoscenze sul Biellese che erano – si può dire – a carattere enciclopedico”, Sergio ha iniziato la sua attività professionale di giornalista a «Il Biellese» divenendone una delle firme più apprezzate. Sergio Trivero era conoscitore di ogni aspetto della vita biellese, compresa la gastronomia, della quale ha scritto collaborando con l’«Apollo Buongustaio», ha studiato in particolare, grazie ad un continuo confronto con Angelo Stefano Bessone, la devozione popolare e pubblicato su questo argomento otto monografie e numerosi contributi sulla Rivista Biellese. Poeta dialettale – sue poesie sono pubblicate nei Brandé – e curioso ricercatore dell’arte contemporanea, era nel contempo critico nei confronti della maggior parte degli artisti più noti (ne avrebbe salvati soltanto un paio, ma non ha mai voluto indicare i nominativi dei fortunati). Amante della montagna (già da bambino venne mandato in un alpeggio della Valsessera per la cura del latte) e alpinista esperto – nominato accademico del CAI – conosceva ogni cima, ogni via del Biellese, ma anche la flora montana grazie all’amicizia e alla frequentazione con Ada e Alfonso Sella del quale è stato informatore collaboratore nella compilazione del “Dizionario Atlante delle Parlate Biellesi”. Attivo promotore e sostenitore dietro le quinte del Centro Studi Biellesi e, da qualche anno, socio onorario del DocBi, ne ha sempre sostenuto e criticamente stimolato l’attività, ma si è associato formalmente soltanto dopo aver raggiunto la pensione, ritenendosi a quel punto libero da ogni vincolo di imparzialità. Dopo aver ripetutamente sconsigliato la rifondazione della «Rivista Biellese», l’ha sostenuta come nessun altro, dapprima nella redazione e poi come direttore, dedicando gli ultimi anni della sua vita, fino agli ultimi giorni, alla crescita del periodico.
Ci sono, è vero, gioielli, autentici capolavori, rari testimoni di magistrale fattura, ma di per sè è collezione povera, fatta di oggetti semplici, umili, popolari. Tornerà, può tornare ad essere privato quando te ne porti a casa uno di questi benedetti acquasantini, e meglio sarà se lo DONI. Un gesto che dà vita all’oggetto stesso e dà continuità alla collezione, al Museo. Museo vivo e vero perchè va oltre gli oggetti, va oltre i ricordi, crea con i visitatori, con chi porta con sé un acquasantino, nuova comunità con chi ha raccolto, con chi ha donato, con chi si è messo a rifare oggetti dimenticati e fuori moda, oggetti apparentemente inutili ricreati da ARCANK’IO il laboratorio di Pacefuturo che riunisce in un embrionale comunità migranti e residenti. diplomi_lab_ceramica2016006Già perché questa incredibile serie di acquasantiere ha una straordinaria dote, che è per noi lezione e programma di vita. Il legato di Sergio Trivero a Don Bessone e quello di Don Bessone a tutti noi, a tutti quelli che qui giungeranno per fermarsi un attimo a pensare, porta con se lun altro elemento che sembra fuori moda proprio quello del DONO. Si tratta di un’opera collettiva. Evidentemente la forza dello studio, della conoscenza, ha fatto di Sergio Trivero un punto di riferimento, ha coagulato intorno a lui una comunità di donanti. diplomi_lab_ceramica2016001Ci siamo interrogati a lungo se non si dovesse salvare la sua casa anche per riconoscenza e gratitudine sul grande lascito dei suoi studi e non solo sulla sua collezione, ma questa non avrebbe potuto reggere il cambiamento e l’espressione stessa del passaggio da luogo privato a luogo di comunità.
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SERGIO TRIVERO E LA SUA COLLEZIONE DI ACQUASANTINI

di Giovanni Vachino, presidente DocBi

«L’idea di raccogliere acquasantini è nata quarant’anni fa in una casa biellese, staccando dalla camera della nonna quelli pendenti vicino al letto, già in disuso, e aggiungendovi il regalo della prima comunione…». (Sergio Trivero)

DSC_1839Con il passare degli anni, o meglio dei decenni, 840 benedetin si sono aggiunti ai primi due “di casa”. In molti casi si è trattato di doni ricevuti da amici, conoscenti, corrispondenti e di acquisti nel mercato antiquario. In questo modo una collezione iniziata a Livera oggi viene proposta alla fruizione pubblica proprio nella comunità che l’ha vista nascere e che ha contribuito alla sua crescita.

DSC_2149In questo piccolo museo, dedicato alla memoria di Sergio Trivero, la collezione è esposta con gli stessi criteri adottati in occasione della pubblicazione del libro Centoquarantaquattromila segnati: una collezione biellese di acquasantini, che ne costituisce in parte il catalogo. L’allestimento infatti, che ha al proprio centro il concetto della sacralità dell’acqua, raggruppa i benedetin (400 su 840) per “materia dell’oggetto”; soltanto per gli acquasantini di Oropa si è scelto di privilegiare il soggetto rispetto alla materia.

DSC_1473«L’acquasantino segue la persona e, a volte, anche la sua traiettoria: ti viene dato, senza averlo chiesto – come la vita – lo usi quotidianamente, se lo spezzi, si ricompone, passa da una situazione all’altra, da mano a mano, si frantuma nuovamente e ci rimetti nuovamente un tacùn – è un oggetto! – ma continua a dare la forza di chiedere e di ringraziare». (Sergio Trivero)

DSC_1874Lo scopo principale della collezione, del libro e di questo allestimento è quello di “documentare la persistenza secolare di un simbolo” fornendo nel contempo alcune suggestioni, raccontando alcune storie, ma lasciando liberi i visitatori di compiere personali scelte e percorsi alla scoperta degli oltre quattrocento oggetti esposti, alcuni dei quali racchiudono un particolare significato culturale. La collezione è ancora oggi in crescita e volentieri accoglie donazioni di acquasantiere che si impegna a conservare e studiare.